Archivio mensile:marzo 2009

Ora non vedo l’ora

In una notte come questa, a dover aspettare le sette del mattino, non posso far altro che scrivere. Visto che il sonno è evanescente, più del sogno, in questo caso. E il caso, non è tale, se ho scelto proprio questa, di notte, per scrivere. Non un’altra qualsiasi, non quella prima, la prossima, o la più lontana da questa. La notte giusta. Riconosci che è giusta dalle piccole cose, dalle barriere di cuscini che costruisci per proteggerti dalle luci esterne, dai rumori provenienti dai piani superiori, che ti fanno drizzare, come i cani[mi divertivo a tirare pietre ai cani, per vedere come reagivano, piegando le orecchie nella direzione giusta]. Giusta per cosa, è lecito chiedersi. Per scrivere di come puoi passarla. Di come lo scrivere diventi argomento di scrittura. Il primo meta-argomento. L’argomento nell’argomento, o meglio il mezzo nel mezzo. Che poi io nel mezzo ci sono sempre stato bene, come fossi nato li, nel mezzo. Sempre li, finchè ce n’hai. E ce n’ho, vi avverto. Questa è una di quelle sere dove un romanzo epistolare [Non lo so perchè ma mi è sempre piaciuta l’idea di scriverne uno, come fossi un Ortis qualsiasi], spinto dal nulla, dalla sua semplice voglia di essere scritto. potrebbe nascere in mezz’ora. Mezz’ora di ticchetio veloce, senza l’esercizio per sbronzi. Senza la coordinazione occhio mano. Segno di chi ci è cresciuto, con la coordinazione occhio-mano, anche da sbronzo. E i discorsi alternati-e abili- prendono una forma particolare, nuova, che sa di quasi trecento caratteri scritti in due minuti vogliosi di essere letti. Due minuti che fino alle sette del mattino, paron lunghissimi.

Fuochi d’artificio

https://i0.wp.com/www.parrocchiaargile.it/UserFiles/Image/Fuochi%20argile.jpg

E che recupero concetti, e nel rileggerli rimango colpito.

“I sogni non li turbi, li alimenti”

Fuochi d’artificio, abbracci per conciliarti, e farti passare i dolori, sciogliendoteli con l’affetto.

Hai ragione il tempo è relativo, passa, in fretta o troppo lentamente.

Ma nel tempo, a volte, rimangono concetti ed espressioni, che portiamo con noi, sempre.

E rileggere è abbandonarsi

Verrà l’estate, e il mio palco con essa.

Verrà l’estate
senza avvisare
Un treno lento che costeggia il mare
Sul marciapiede vuoto alla stazione
ti farai trovare

Si, verrà, presto anche. E ne sono felice. Perchè ho bisogno di applausi, di chi, guardandoti negli occhi riesca a capire cosa nascondi. Di quelli che, salutandoti gli anni passati, pensavano, tanto non molla, figurati se non si rimette su quel palco. No, non mollo. Voglio quel palco di nuovo, a modo mio, in dieci anni di lavoro  l’ho creato dal nulla.
Vi ho visto crescere, e mi avete visto crescere, e insieme asse di legno su asse di legno, luce su luce, chiodo su chiodo, quel palco, l’abbiamo costruito.

Perchè dovrei abbandonarlo? Per fare il direttore d’albergo? La mia estate è fatta di sedici tavolini da spostare, tutte le sere, di assi di legno sporche, di quinte spinte dal vento, dalle canzoni di Milva e dalle mie parrucche arancioni. Non posso nasconderlo.

Na. Io voglio le mie parrucche, per conquistare i vosti applausi, come aria fresca, d’estate.

Respiro.