En canvi, caminem,
caminem tu i jo com somnàmbuls,
i els arbres són arbres, les cases
són cases, les dones
que passen són dones, i tot és allò
que és, només allò que és.
–
A mio modo di vedere, il più grande poeta del secolo scorso, Sbarbaro, ha sempre una risposta, per me.
In qualsiasi momento della mia vita lo interroghi, Camillo è sempre illuminante.
In spagnolo, poi, strano a dirsi, la piega è diversa, sonora.
E c’e’ un omino piccolo cosi’
che torna sempre tardi da lavorare
E ha un cappello piccolo cosi’
con dentro un sogno da realizzare
E piu’ ci pensa,
piu’ non sa aspettare.
Le mie lenzuola estive sono,storicamente,azzurre. Con nuvolette bianche sparse qua e la, come nella canzone di Amstrong.
Sono fresche,come l’aria di Settembre. È arrivato in fretta. Credo sia il mio mese preferito,quello in cui sono più produttivo,quello in cui m’è semplice essere brillante e piacevole.
Ingannevole,certamente.
Ma quanto è bello essere protagonisti della propria esistenza?
L’avevo già postata, mesi fa. Ma ogni volta, mi sento così. E la riposto, ecco.
Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.
Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni,
tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa’ che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi.
Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci,
fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.
Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l’unica rete dei nostri pericolosi esercizi,
fa’ che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore.
Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini,
di sopportare serenamante le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici.
Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono,
un pò perchè essi non sanno, un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto.
Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura.
C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla;
manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri.
La ricerca del ridicolo in ogni cosa, è semplicemente la mia mission.
Che vederli ammazzarsi fra di loro, perchè il tempo non gli regala il sole, pagato caro, è intimamente divertente.
Intimamente, perchè la mia condizione non mi da la possibilità di esternare questo spirito burlesco.
Ma, sia chiaro, non lo nascondo per non scatenare reazioni, ma per il pudore. Quello che hanno perso, nel tempo, gli altri. Altri che vivono qui, da mesi. E si ritrovano a scannarsi per un “pezzo di pane”, metaforico. Un bicchiere che per uno è mezzo pieno, può essere mezzo vuoto per l’altro.
Anche questo, in un certo senso, è divertente. Ma me lo tengo per me. Che poi si offendono.
“Siccome tu sei stella languida e distante, misurerò l’abbraccio che tutti ci contiene; e contiene l’universo. E tutte le distanze, tutte le distanze, piccole saranno”
Distanze
E’ la misura che crea il problema. Nel senso. La semplice consapevolezza di averne bisogno, non è un male, anzi. Aiuta, certe volte. La quantificazione di questa, è un male.
Non tutti i mali vengono per nuocere, sia chiaro. Ma chiaramente, in maniera malevola, incide. Solcando i dischi che ascolto. Rendendo impossibile anche solo il sospiro di sentirselo dire.
“Tu hai bisogno di qualcosa”
Di non sentirmelo quantificare. Dire, si. Rendersi conto del quanto, e del quando, è come, all’improvviso, svegliarsi dal sogno. Insofferenza mattutina, la definirei.
Non svegliatemi. Lasciate che io possa contintuare a viverla così.
Liberamente indefinita. Adoro il novecento per quello.
Il mio primo amore consapevole, è figlio della deformità. Della sua natura poco precisa, ambigua e abbozzata. Quanto mi piaceva, essere abbozzato.
Credo anch'io che un uomo debba essere interamente quello che vuole essere. L'importante è sapere cosa si voglia. E io penso di saperlo. È questa sicurezza che dà fastidio a tanta gente?